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Aiuto, sono iscritto a medicina! Ovvero le disavventure di una matricola, capitolo primo

Portrait of an attractive woman at table grabbing her head

L’IMMATRICOLAZIONE: il primo gradino di una lunga scala a chiocciola. Molto ripida. E io sono in stampelle.

Non me ne sono nemmeno accorta. Mi sono preparata per mesi, ho organizzato tabelle, elenchi di nomi da sapere, ho attaccato cartelloni ovunque con formule che dovevano entrarmi in testa. Ho affrontato l’ansia del test, ho atteso i risultati e poi… Puff. Sono dentro.

Euforia, adrenalina. Feste di vittoria, parenti che si fanno la pipì addosso per la felicità. E ora?

Dopo i primi due giorni in cui mi sembra di camminare a sei metri da terra, dopo i classici falò con gli amici per sfruttare al meglio i libri di simulazioni (e per far contenta mia madre – “Capisco nella tua stanza, ma togli almeno i post-it di chimica dal bagno!”), ritorno finalmente a terra.

A un certo punto i miei piedi sfiorano l’idea che non è finita, ma è solo l’inizio di una grande avventura.

Bene, devo immatricolarmi. Mi sfrego le mani e vado sul sito della mia università.

Ne ho sentito parlare tante volte dagli amici più grandi che si lamentano dell’incompetenza e della scarsa organizzazione di chi cura quel sito, ma non importa. Si sa che le persone esagerano sempre. Penso: Se sono riuscita a passare a Medicina, posso fare tutto.

Ah-ah.

Dopo cinque minuti mi accorgo che avevo torto. Torto marcio.
Ho davanti la giungla. Il sito del mio ateneo non ha davvero niente da invidiare all’Amazzonia.

Link inesistenti, credenziali che non ho, scritte in giallo su sfondo bianco (No, il Comic Sans, no, vi prego, ma chi lo usa dopo la terza elementare?!).
Dopo cinque ore esasperanti di telefonate al call center di supporto e saltelli tra un forum e un gruppo facebook, capisco che cosa devo portare con me il giorno dell’immatricolazione e prendo coraggio.

La notte prima un po’ emozionata penso anche a come sarà arrivare a quell’indirizzo.

Mi immagino una grande scritta scolpita sul marmo: “SEGRETERIA DI MEDICINA”. Cori di angeli e trombe celesti in sottofondo. Un portiere che apre per me uno di quei portoni in legno grandi e pesanti. Il rumore delle scarpe che rimbomba in un grande atrio.

Arrivo sul luogo: un condominio grigio topo. Anzi, grigio topo sbiadito, per essere precisi. Nessuna indicazione. Citofoni ordinari. Ma dovrò suonare al signor Cardona o a Mohammed?

L’unico segno che mi conferma di essere nel posto giusto sono tutti gli altri ragazzi che girano in tondo come avvoltoi davanti all’ingresso del condominio. Anche loro hanno ancora i segni della giungla addosso. Ci vuole poco per riconoscerli, hanno il mio stesso sguardo: uno sguardo vuoto, perso, inebetito, come un turista sotto l’effetto di narcotici. Senza sandali con i calzini bianchi, però.

Si crea subito una coda lunghissima. In realtà sul sito mi sono prenotata per l’immatricolazione, in questa data e a quest’ora. Evidentemente era solo un’illusione, era un contentino, come i carrelli della spesa a forma di macchina per i bambini. Che delusione quando capisci che non stai davvero guidando tu! Ecco, davanti a questo portone anonimo provo la stessa sensazione.

Una signora si mette a distribuire dei pezzettini di carta con un numero scritto sopra a penna. Un po’ rudimentale, penso, ma ormai sono nell’ottica che dovrò aspettarmi qualsiasi cosa. Quel foglietto strappato male si intona al condominio grigio topo. Lo infilo in tasca e vado a comprare qualcosa per pranzo, tanto ormai ho il mio numero e sono in coda.

Torno.

Le persone si sono moltiplicate a dismisura. Lo sportello rimane aperto solo un’ora e mezza e ora ci sono davanti alla porta circa 200 studenti. Ma come è possibile? Le opzioni sono:

a. hanno figliato mentre erano in coda
b. si sono divisi per mitosi
c. per ingannare l’attesa hanno deciso di invitare tutti gli amici e organizzare qualche torneo di Scala 40
d. l’organizzazione dell’università fa davvero schifo (Ahi, serva Italia…)

Scopro che i pezzettini di carta non sono validi. È stata un’iniziativa individuale di una mamma con molto senso pratico ma poca lungimiranza. Ergo: sono in fondo alla fila.
E non c’è neanche il torneo di Scala 40 per passare piacevolmente il tempo.
Ora faccio ricorso.

Passata l’ora e mezza di servizio la segretaria vuole ovviamente chiudere i battenti.
L’unico particolare è che ci sono ancora 50 persone in coda. Studenti in gran parte fuori sede che si sono prenotati – inutilmente – online, hanno preso un treno per essere qui e che si devono immatricolare entro domani, altrimenti sono fuori dall’università. Tra questi ci sono anch’io.

Ah-ah (di nuovo).

La segretaria allunga la mano sulla saracinesca da abbassare. Ci guarda, vede i nostri sguardi vuoti che si stanno riempendo lentamente di una rabbia animalesca. Riesco quasi a vedere le due opzioni che le balenano in testa e il suo dibattito interiore.

1. Rimango ancora un’ora, lavoro probabilmente senza essere retribuita, ‘sti poretti si sono anche prenotati, ma devo fare il bucato e domani piove, dai, vado a casa, c’è anche La signora in giallo tra poco in tv

2. Okay, abbasso veloce veloce la saracinesca, indico un punto qualsiasi, urlo una reazione chimica da bilanciare così la metà di loro si girerà a guardare il nulla e l’altra non riuscirà a resistere dal risolvere il quesito. Automatismi. Poi corro. Corro come Bolt. Ho i tacchi. Non importa, li tolgo ora. E se capiscono il mio piano?

La segretaria guarda i tacchi, poi la saracinesca, poi noi. Di nuovo la saracinesca e ancora noi.

Non so se per un senso di pietà o per paura di una sommossa popolare, ma rientra.
“Su, ragazzi, il prossimo.”

Ce l’ho fatta. Sono arrivata in anticipo, sono rimasta davanti al portone della segreteria per cinque ore (e non ho neanche in mano il nuovo iPhone!), ho imparato a memoria i nomi e le storie dei miei futuri colleghi, letto due libri e rammendato i calzini bucati (di uno dei miei nuovi amici).
Finalmente è il mio turno.

Arrivo allo sportello. “Buongiorno”, sorrido alla segretaria e le porgo la cartellina con i documenti. Lei dice qualcosa, ma non sento niente. “Cosa? Può ripetere?”. Lei parla ancora, ma non sento nulla, sembra un pesciolino che boccheggia. Per sentire meglio avvicino il volto al vetro del suo stanzino (ma poi, a cosa serve?). Lei ripete ancora, leggermente scocciata.

Ed elenca la lista dei fogli che mi mancano.
Torna domani”.

In quell’istante capisco a cosa serve il vetro: è antiproiettile.

Per fortuna la storia ha un lieto fine. Dopo varie peripezie, riesco a immatricolarmi.

Esco da quel portone un po’ più leggera e soddisfatta e mi incammino per la città. In fondo, questo è solo il mio primo giorno da matricola, domani andrà meglio…

Al semaforo dei pedoni il giallo sta lampeggiando, ma la vecchietta davanti a me si ferma di colpo e io le vado addosso. Tutta la spesa cade per terra, mele che rotolano in mezzo all’incrocio.

La voce di mia madre risuona nella testa come un funesto presagio: “Chi ben comincia…

 

Francesca Salato

Francesca Salato

Studentessa di Medicina, inguaribile curiosa ed entusiasta per ogni minima scoperta. Non riuscirò mai a prendermi del tutto sul serio. Ho conosciuto quasi per caso il mondo Wau, ma non ho potuto resistere: mi ci sono tuffata di testa (e ancora non sono riemersa).

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