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Tutta la verità sulle facoltà a numero chiuso

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Un corso su due, oggi, sceglie il numero programmato. Quali sono gli aspetti vantaggiosi di questa soluzione?

Per numero chiuso devi intendere la scelta, da parte di un corso di studi, di limitare la possibilità di accesso o di prosecuzione di tale corso esclusivamente ai migliori studenti. Se stai cercando di farti strada nel mondo dell’università e hai bisogno di comprendere i motivi che stanno alla base del numero programmato, proverò a fare un po’ di chiarezza.

Innanzitutto: pensi che il numero chiuso sia una realtà a tuo discapito? Io sostengo che sia proprio l’opposto. Può essere un fatto assolutamente positivo per te e chi ha realmente intenzione e capacità di affrontarne gli studi.
Hai mai provato a pensare a cosa accadrebbe se l’accesso ad ogni corso diventasse libero? Proviamo a pensarci ora per un momento, e analizziamo questa situazione. Immaginiamo che Andrea si trovi nell’università dei suoi sogni, quella in cui non ha dovuto superare alcun test d’ammissione, ed è pronto ad affrontare il primo anno nella facoltà di medicina. Non aspetta altro che poter studiare al meglio ciò che gli piace, per poter svolgere la professione che lo appassiona.

Ma si accorge ben presto che qualcosa non va: la sua aula è troppo piena, e non trova un posto adatto a seguire la lezione, vorrebbe concentrarsi, ma di silenzio proprio non ce n’è. È difficile sentire il professore, si accorge che non tutti vogliono ascoltare, e ben pochi ci riescono. Non sarà facile per lui dare il suo primo esame, e ancora più impegnativo sarà riuscire ad appassionarsi e innamorarsi di ciò che gli viene insegnato.

È proprio come quando al liceo hai bisogno di ascoltare la spiegazione di un docente, davvero importante per te, ma la confusione non te lo permette.
Puoi ben capire che è impossibile condurre e seguire una lezione approfondita in una classe troppo affollata e in un contesto dispersivo.
Cosa dire, inoltre, delle conseguenze post-laurea nel caso in cui il numero fosse aperto per ogni facoltà? Utilizziamo quest’altro esempio.
Immaginiamo che un’azienda abbia bisogno di trenta ingegneri specializzati in un dato settore. Per ottenere questa specializzazione è necessario che gli ingegneri affrontino un corso mirato, il cui accesso, quest’anno, è diventato libero. Immaginiamo che trecento ingegneri si iscrivano a tale corso e solo un terzo di essi ottenga la specializzazione: non tutti possono comunque accedere al settore dell’azienda a cui mirano. Rispetto all’anno precedente la disoccupazione perciò aumenta incredibilmente.

Dunque, alla luce di questi esempi, spero sia chiaro il vantaggio che puoi trarre dal numero programmato.

Ma per un ulteriore conferma farò parlare per un attimo i numeri.
Ecco cosa si evince dalle statistiche del 2015: il tasso di disoccupazione ad un anno dalla laurea per le facoltà a numero aperto è largamente più alto rispetto a quello delle facoltà a numero chiuso.

Ad oggi, una laurea in ambito giuridico, psicologico, letterario porta ad una disoccupazione superiore al 30% degli studenti, e si dimezza solo a distanza di ben cinque anni dal conseguimento del titolo.

Una laurea in ambito medico, ingegneristico, chimico-farmaceutico presenta invece un tasso di disoccupazione addirittura un terzo più basso. Puoi spiegarti questi dati, sapendo che i posti messi a disposizione ogni anno dagli atenei rispecchiano credibilmente la richiesta lavorativa per quel settore.
Considera un vero privilegio poter frequentare un corso di laurea ad accesso programmato. E non pensi, allora, che questo sia un privilegio da meritare?

Il metodo di selezione: ecco perché sempre più atenei adottano la soluzione del test di ammissione

Puoi ben capire che la scelta del metodo di selezione non è per nulla facile. Ogni studente infatti desidera essere valutato in modo giusto, equo, e ti assicuro che è proprio a questo scopo che punta il Ministero.
Poniamo l’attenzione, per esempio, sulla selezione per l’ingresso a medicina. Come poter valutare al meglio i candidati, per sceglierne solo un sesto di essi? Anche quest’anno il MIUR ha deciso di intraprendere la stessa strada ritenuta efficace per le selezioni degli anni precedenti. Pensi sia effettivamente una buona soluzione?
Ti propongo alcuni numeri. Quest’anno gli iscritti al test sono stati ben sessantamila. E se il test non ci fosse stato? Io scommetto che il numero di richiedenti sarebbe schizzato alle stelle, a differenza dei posti disponibili, che si mantengono ovviamente costanti. L’università oggi non è pronta ad accogliere tutti gli studenti, ecco perché sceglie al meglio su chi investire.
Potresti chiederti: perché non sottoporre gli studenti a una selezione direttamente durante il corso di sudi e non prima? Ammetto che sia una domanda importante, a cui proverò a rispondere. Ipotizziamo che la facoltà di ingegneria permetta la prosecuzione degli studi dopo il primo anno esclusivamente agli studenti con la media più alta. Saresti davvero capace di valutare la tua preparazione prima di affrontare il primo anno di ingegneria? Io credo che sarebbe davvero spiacevole rendersi conto delle proprie lacune in matematica durante gli studi. Non sarebbe facile per te rimetterti al passo e dare gli esami in tempo, mantenendo peraltro una certa media! Ti accorgeresti, forse, di aver proprio sbagliato strada, e credo che avresti voluto capirlo prima di perdere il tuo primo anno. Non sarebbe quindi a tuo vantaggio concorrere prima degli studi?
Questo, secondo me, ti fa risparmiare tempo ed energia. Ecco perché una selezione preliminare ha effetti positivi per te.  

Guarda al numero programmato come una possibilità, e non come uno sbarramento crudele. Cerca sempre di cogliere ciò che c’è di buono per te in ogni cosa, e guarderai con occhi diversi anche il percorso di preparazione.

Nessuno ti nega la possibilità di superare il test. Il tuo diritto allo studio non è affatto violato, ma è avvalorato dalla selezione.

Studia ciò che veramente ti piace, dimostrati competitivo, perché ti basta poco: la tua determinazione, l’impegno, e un libro.

Hai già tutto quello che ti serve, vero?

Enrico Armiento

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